Image Comics sforna The Fuse #1, hard boiled in salsa spaziale

The Fuse head
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Non batto la fiacca, sono stato pesantemente e follemente occupato. Ma ora posso tornare alla vera droga primitiva. Così mi sono lanciato in una nuova piccola avventura firmata Image Comics. Il fumetto si chiama The Fuse ed è stato partorito dalla mente di Antony Johnston (Wasteland, Stormbreaker: The Graphic Novel, Dead Space, Alan Moore’s The Courtyard) e le matite di Justin Greenwood (Wasteland, Resurrection, Ghost Town). Vi ricordate dove ho già parlato di Antony Johnston? QUI.

Non avevo in programma di leggere questo fumetto, o meglio non ne ero a conoscenza, in precedenza. La decisione è stata presa su base semplice, la copertina mi ha colpito. Motivo? oscuro. Parliamo di una copertina rossa, semplice, con un foro che sembra di pallottola attraversato in pieno da un’orbita. L’orbita è ipoteticamente a 360000 km da un’immagine reale, raffigurante la terra ripresa dall’apollo 17 durante la missione lunare del 1972. Queste informazioni per quanto affascinanti non vi aiuteranno ad entrare in una storia semiblindata come The Fuse #1.

The Fuse Cover

Ambientazione spaziale, a 22.000 miglia dalla terra, a bordo di un satellite geostazionario raggiungibile con un qualche mezzo che dall’interno sembra un normale aereo. Sul satellite c’è una città, Midway City, fondale di questa prima avventura. A Midway City avviene un omicidio ed è compito del dipartimento di polizia occuparsene. I personaggi principali sono un ragazzo di colore di origine tedesca, poliziotto appena arrivato in città e già catapultato nell’azione, e una detective (russa) canuta e anziana, un po’ mascolina che fa la parte del “cop” duro e puro che parla solo slang (esagerazione evidente). Devono risolvere l’omicidio di un “cabler“.

Cabler

Il fumetto parte con il freno a mano tirato. E’ tutto ancora allo stato embrionale. Per quanto evidente che ci si trovi davanti a una storia Sci-Fi, non ci da l’impressione di un’ambientazione in stile “Demolition Man” di Sylvester Stallone o “Ritorno al Futuro“, tanto per capirci. E’ un’ambientazione mista e, all’apparenza, poco curata. Justin Greenwood ha un tratto spigolosissimo, disegna senza dare troppo spazio e importanza a dettagli e particolari. L’azione è tutto quello che vediamo e le stesse inquadrature, dal gergo cinematografico, sono spesso state costruite in modo da non lasciare intravedere granché. Gli spazi somigliano tantissimo ad una città americana qualunque (anche se siamo in Russia), il dipartimento di polizia è un dipartimento di polizia alla True Detective e l’atmosfera è classica Hard boiled e noir, dove i “cops” fanno da padroni.

Satellite

Cosa ci possiamo aspettare? Il rapporto tra i due personaggi principali si rivelerà una classica storia di partner del dipartimento, quelli-che-sono-sempre-nella-volante-assieme,-mangiano-ciambelle-e-hot-dog-da-strada. La detective anziana è sboccata, spara un “bullshit” a pagina, intrattenendoci con uno slang forbito, esagerato, disegnata in posture da figa silenziosa di turno, tipo Michonne di The Walking Dead, o per chi non capisse il riferimento, Jigen di Lupin III. Una macchietta. Dietrich, il ragazzo di colore, è una comparsa in questa prima issue e anche quando sembra poter dire qualcosa, non lo fa, lasciando tutti a bocca asciutta.

Midway City

Perché sia stato ucciso il cabler non si sa, cosa sia un cabler ancora meno. Nel momento in cui la detective russa sta per spiegarlo, il dialogo si tronca a causa degli eventi. Il filone principale della storia è ancora tutto da scoprire. Insomma, per tirare delle conclusioni, le descrizioni inesistenti, i dialoghi interrotti, i disegni poco dettagliati e i personaggi principali ancora in ombra, sono quel che intendo come elementi che caratterizzano un fumetto con il freno a mano tirato. Un punto di partenza in balia degli eventi classici di una qualunque sceneggiatura poliziesca che, per ora, non sembra sfruttare a pieno un ambientazione su un satellite, lontanamente d profumo “cyberpunk“, ma che delinea un fumetto con tutte le premesse per sorprendendoci. Se parti così low profile, non puoi che spaccare.

I Protagonisti

Mi riservo un:

OK!!

Sperando in qualcosa di più.

Ascolto Consigliato
Calibro 35 – Piombo in Bocca

Scrivere fumetti: lo script e i software dello sceneggiatore

Write-a-Comic-Book-head
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Quante idee brancolano nel buio della mente? Quante si fanno vedere mentre dormiamo e non riusciamo ad acchiappare perché non teniamo un blocco-note sul comodino? Tutti – dai, parlo a tutti – noi che immaginiamo di poter un giorno scrivere un libro. Tutta un tratto ci si accorge di avere la più grande idea del secolo in saccoccia e ci si immagina grandi scrittori (giusto quei secondi prima di rendersi conto che è un’altra delle tante minchiate).

Con un po’ di determinazione, un po’ di coraggio – per superare quel vuoto di talento che fingiamo di avere –  e un po’ di sfrontatezza – per affrontare progetti che potrebbero anche non finire mai o non vedere mai la luce -, prendiamo il nostro PC/Mac/quaderno e iniziamo a scrivere.

Il fumetto è un’arte fortissima, a metà strada tra la lettura pura e la visione cinematografica. Chi orchestra un fumetto deve sia sapere scrivere che disegnare per essere un fumettista a tuttotondo. Esempi di artisti completi ne abbiamo a bizzeffe nella cultura moderna del fumetto, basti pensare a Leo Ortolani, Gipi o Zerocalcare. Ma se credi di sapere scrivere bene ma non disegnare che puoi fare? Questo è il mio dilemma, pur pensando di saper scrivere (male), so al 100 per mille di non saper disegnare, accostare colori, ricalcare i confini, esplorare gli spazi e bilanciare i soggetti e gli oggetti.

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Andy Diggle – Daredevil Reborn #1 – Pagina 3 – 4 vignette

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E’ però forte la voglia di raccontare una storia (la mia storia) e usare il fumetto, perché è l’arte che più amo. Ci si chiede allora cosa possa fare quindi il caro parassita nascosto alle spalle del disegnatore (vero artista di tutta questa pantomima). Lo scrittore sceneggia e lo sceneggiatore scrive gli script. Quindi, partendo dal presupposto che una storia sia a grandi linee nella vostra mente, che abbiate già delineato un numero di personaggi principali, secondari e antagonisti (se necessari, non metto in bocca a nessuno nulla), allora siete pronti a scrivere uno script.

Lo script è la traccia per il disegnatore e serve allo sceneggiatore per organizzare la storia in pagine, divise poi in vignette detti “panel” che devono essere profilati il più puntuale possibile, sia nelle descrizioni dei personaggi, degli ambienti, del background che nei dialoghi. Lo sceneggiatore deve immaginarsi tutto, ogni vignetta, ogni pagina e tutto quanto sta intorno. Poi sapersi limitare! (non esagerare ma mantenere il proprio stile)

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Kyle Higgins – Nightwing #8 – Pagina 8 – 2 vignette

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Ho scovato un sito a dir poco incredibile che raccoglie alcuni script di sceneggiatori di fama mondiale (The Comic Book Script Archive).

Gli strumenti del mestiere sono i classici Pages (suite Apple) e Word (Suite Office). Qui potrete trovare un template davvero interessante, costruito dall’ex Marvel editor Andy Schmidt e Paul Allor (Book Club manager).

Altri Software
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Il grande scrittore della Marvel, Brian Michael Bendis (Premio Eisner, Daredevil, Powers, Alias, Avengers), ha ammesso sul suo Tumblr di essere un fan di questo programma soprattutto perché “incoraggia a continuare a scrivere”. Il software si auto-formatta mentre scrivi e tiene in memoria i personaggi e le varie impostazioni. L’unico problema, se non il più consistente per la maggior parte dei software, non è nato per scrivere script di fumetti, quindi ognuno deve creare il proprio template, in base ai propri gusti.Brian Michael Bendis

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Scrivener è un programma di scrittura molto versatile che comprende un comic script template progettato dallo sceneggiatore Antony Johnston (Umbral, DeadSpace) che a questo indirizzo descrive le potenzialità del programma.

Robert Marland ha recentemente sviluppato un template scaricabile gratuitamente  a questo indirizzo ispirato allo stile di Fred Van Lente (Incredible Hercules, Marvel Zombies) che si auto-formatta ed è perfetto per Word.

Jim Zub: un altro sito fondamentale per gli aspiranti sceneggiatori con alcuni interessanti tutorial

ComiXwriter COMICXWRITER

Il software è in fase di sviluppo ed è stato lanciato da una campagna Kickstarter nel giugno 2013. I fondi raccolti servono per coprire i costi di sviluppo del primo software creato esclusivamente per scrivere script per fumetti e graphic novel. Ci aspetta un programmino molto interessante che aiuterà lo sceneggiatore a concentrarsi sulla storia e poco o nulla sulla formattazione. Il software godrà di una feature molto interessante che accosterà lo script all’artwork (i disegni) creando un ambiente che facilita la collaborazione e l’intesa tra sceneggiatore e disegnarore. Inoltre, sarà costituito da una serie di template diversi probabilmente ispirati agli script dei grandi autori del fumetto.

 

Hacktivist: il fumetto su social network e hacker dell’attrice Alyssa Milano

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Tutti noi ricordiamo Streghe, quel telefilm squallido trasmesso da RaiDue a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Una delle protagoniste della serie, nei panni di Phoebe, ed eroina di questo articolo è l’attrice figherrima Alyssa Milano. “Ecco il blog s’è fottuto, ora parla di gossip e puttanate Hollywoodiane”. Eppure la storia che sto per raccontare ha un nonsocché di gossipparo: l’attrice Alyssa Milano si è lanciata nel mondo dei comics, creando insieme agli sceneggiatori Jackson Lenzig (Freakshow), Collin Kelly (uno sconosciuto nel mondo comics, ma web developer secondo Linkedin) e l’artista Marcus To (Red Robin, Huntress, Batwing, Cyborg 009) un nuovo fumetto, Hacktivist.

Cover

E’ una produzione nuovissima Archaia Entertainment (Rubicon, Ciborg 009), appena uscita e non so neppure se arriverà mai in Italia. Ma lasciatemi dire, entrerà nella mia collezione appena varcata la frontiera. Hacktivist è la storia di due ragazzi/CEO miliardari alla “Jack Dorsey” (fondatore di Twitter) che sviluppano un Social network chiamato “YourLife“, su cui basano e rafforzano la loro immagine. Una volta dismessi però i panni da nuovi imprenditori geek della Silicon Valley, si danno all’Hacktivismo – Hacker Attivisti sotto il nome di SVE_URS3LF – hackerando e controllando la rete web dello stato tunisino dove vive Sirine, una sorta di rivoltosa del luogo. Al momento non ci sono abbastanza informazioni per capire se o meno sarà una delle protagoniste del fumetto. I due Hacker social hanno differenti obbiettivi e arriveranno a contrastarsi. Ma qualcosa cambierà le carte in tavola.

Sirina

Ti rendi conto quando un fumetto è notevole da come la lettura e i disegni si fanno leggere e guardare, rileggere e riguardare, con tutto il fascino incredibile che è immergersi in una storia contemporanea. Se leggerai Hacktivist e ti fermerai ai colori, alle forme e alla scorrevolezza delle tavole, sarai fuori strada. Pur la qualità estrema dimostrata, questo fumetto è stato prodotto con tutt’altro scopo che il solo intrattenimento. Alyssa Milano, risaputa filantropa, vuole raccontare l’attivismo globale e la social revolution a modo suo, ricordando l’esistenza di quella voce silenziosa ma indispensabile, che cammina nell’ombra e agisce parallelamente alla rivolta nelle strade.


Save Yourself

Insomma, questo fumetto si è scritto da solo quanto quest’articolo. Le pagine dei giornali degli ultimi anni si nutrono di questa realtà. I Social Media sono un’hot topic e la loro grande forza e immediatezza, continuano a stimolare l’uomo che ne sperimenta sempre nuovi usi. La primavera araba di qualche anno fa, ne è esempio calzante.  L’utilizzo del social come strumento di opposizione al regime e d’informazione indipendente ha sicuramente ispirato la storia stessa del fumetto e la rivolta tunisina che racconta. E i personaggi principali, che si nascondono tra i server della loro azienda fingendo di star fixando qualche bug mentre invece stanno occupando una rete internet di un altro stato, si trasformano nei nostri supereroi contemporanei. La strizzata d’occhio ad Anonymous è palese e solamente seguendo l’account Twitter dell’attrice si esplorano le sue diverse sensibilità, il suo attivismo politico.

Gli Hacker

Alyssa Milano immagina senza fantasticare e vuole portare anche noi a riflettere, a sviluppare certe sensibilità. Immagina lo sviluppo dei social networks come social patterns da approfondire, sminuzzare, piccole parti individuali e singole che insieme creano dei sistemi che rivelano modelli social, dalla ragazza che aspetta l’autobus, all’autobus in ritardo, all’autista che rallenta. Non so che possa significare realmente, ma mi sono intrippato, immaginando un futuro in cui i social networks riusciranno a tracciare ogni nostro passo, incrociare ogni informazione, ricostruire ogni piccolo movimento arrivando anche a prevenire statisticamente (alla Minority Report, insomma) le nostre azioni per quanto improvvise, in rapporto alla routine.

Le barricate

Vedere disegni di soggetti al computer non mi eccitava tanto dai tempi del grandissimo, e qui lo dico, Transmetropolitian di Warren Ellis e Darick Robertson. L’importante è non fare #somethingreckless, il motto dentro al fumetto che ha risvegliato in me l’esaltazione per questo tipo di storie. Un viaggio mentale che vi consiglio di condividere con me, dove la qualità è al primo posto.

OK!!

Ascolto consigliato: Daft Punk – Giorgio by Moroder

Alyssa Milano

Zerocalcare e il film sulla Profezia dell’Armadillo

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E’ la notizia della settimana, tutto il mondo del fumetto ne parla, il nostro talento contemporaneo Zerocalcare farà un film insieme a Valerio Mastrandrea sulla Profezia dell’armadillo. Zerocalcare è droga, sto sotto in questo periodo, appena finito Dodici che già mi lancio su Ogni Maledetto lunedì su due. Mi manca solo un Polpo alla gola che spero Amazon, prima o poi, materializzerà sul mio comodino, magari senza succhiarmi il vile denaro. Cosa posso dire di Zero? Non lo so, mi fa ridere tantissimo, la sua comicità mi coinvolge in pieno e spesso sfortunatamente mi rispecchia. Questo è quello che gli riesce meglio, simbolismo generazionale. Cosa che lui tra l’altro non sopporta, affermando con forza di far riferimento esclusivamente alla sua vita, o peggio, di aver copiato questo stile. Io però non conosco i blogger francesi a cui lui fa riferimento nelle sue interviste, a cui dice di aver “rubato” le idee (fatto proprie su!). Non mi interessa, il suo fumetto mi piace, lo capisco e condivido.

Zerocalcare e Armadillo

Trovo geniale che utilizzi personaggi della cultura pop e contemporanea come interlocutori simbolici delle sue emozioni. L’armadillo è il primo tra questi, il suo vero alter ego primario, che parla davvero, che svolge e riavvolge la matassa dei pensieri dell’autore mentre fa da contraltare all’altra voce, la sua figura stessa, quella che a parere mio è regolatrice moderatrice e normalizzatrice della sua reale coscienza.

Zerocalcare nello spazio

Le 21 tavole che ha disegnato in questi giorni, l’hype che ha creato al punto da bloccare il suo blog per ore, sono la presentazione di quello che sarà il suo film che, se uscisse da cani, lo ucciderebbe psicologicamente. E da cani intendo “ciò-che-lui-non-vorrebbe-mai-che-il-suo-lavoro-diventasse” (sento digrignare i denti e vibrare le gole), lontano dai suoi parametri, venduto al sistema spettacolo. Eppure, la modalità che ha scelto per presentarlo, il suo solito disegnino, fa guardare al futuro con gli occhi a cuoricino. 21 tavole di metafora, dove lui è legato a un filo che lo tiene attaccato in tutto quello in cui crede e che lo rappresenta, e tutte le altre “proposte” sono ciò che ha paura lo possano corrompere quanto lo possano trasformare nel suo incubo, la “Maria De Filippi“.

Le proposte a Zerocalcare

E da lì tutto il viaggio verso il film, come sotto sotto, cerchi di dare una motivazione alle sue scelte e darsi la forza per percorrerle, illuminando i soggetti con cui ha dato vita al progetto. Parliamo di Valerio Mastandrea, attore che apprezzo e avrò visto in due milioni di film senza ricordarmene nemmeno uno. Forse il caimano. Gli altri due, Oscar Glioti lo conosco pochissimo e Johnny Palomba, ne riconosco giusto nome e apparenza.

Di un’intervista a Minimum Fax incredibilmente bella e naturale –  un blog culturale stra figo –  rubo un passaggio fondamentale per rimanere in tema:

MF: Cioè, quando Mastandrea ti ha chiamato e ti ha detto: “Voglio fare un film dal tuo libro”, tu come hai reagito?

Zerocalcare: Ho reagito con: “Ammazza che bello, Mastandrea è uno dei miei attori preferiti, è una persona che stimo un sacco e gli piace la mia roba. Sono supercontento di questo, però come farò a gestire la cosa?”. Per me è comunque terribile, ‘sta cosa.

MF: Però è Mastandrea, in fondo. Pensa se te l’avesse chiesto Neri Parenti.

Zerocalcare: Me l’hanno chiesto anche persone molto vicine a Neri Parenti, e ovviamente gli ho detto di no. Io non lo so come uscirà il film, poi Mastandrea fa il suo esordio come regista, ma io so che lo spirito de La profezia dell’armadillo verrà rispettato, anche se il film esce brutto. Per me, l’unica cosa che conta è quella.

Il cuore pulsante di Zerocalcare

Zerocalcare l’ho intravisto un paio di volte. Una volta al Lucca comics dove l’ho ammirato da vicino disegnare senza tentare alcun approccio, una seconda volta al Miami 2013, a Milano, dove ho incontrato un ragazzo, o meglio un personaggio, perfettamente immerso nel suo fumetto con un ansia e una paranoia da contagio. Non sapessi il talento che esprime, mi sarei fatto una tra mille domande: dov’è si è nascosto il suo assistente sociale? Facile prenderlo in giro gratuitamente dal medium blogghereccio, quando poi dal vivo mi verrebbe d’abbracciarlo; in fondo le sue opere parlano per lui.

La paranoia aleggia incontrastata, la malinconia e la comicità ballano sul filo in tutto quello che ha prodotto. Zerocalcare è fumettista maturo nella sua immaturità, è pieno di discorsi che ferma sul nascere, lima la sua spontaneità fino a quando si allinea al suo management di crisi, insomma quanto può in qualche modo gestire con costanza e coerenza (fortemente messa alla prova). E forse tutto sta qui, giocare con gli idoli di sempre  (suoi e nostri) attorcigliati al suo sistema di valori. Questo è ciò che ci possiamo aspettare dal suo film, quello che sa fare meglio. Raccontare quello che inesorabilmente ci accomuna inconsciamente.

I protagonisti

Che spettacolo!

Zerocalcare e gli psicologi

Il Blog di Zerocalcare
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Darkhorse ci prova ancora con i supereroi, Skyman #1

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Darkhorse cerca di pareggiare i conti con le mega concorrenti Marvel e DC comics ed entra nel mercato dei supereroi con una dozzina di personaggi negli ultimi 2 anni. Nel settembre 2013 annuncia un nuovo vecchio riportando in auge Skyman, supereroe creato negli anni ’40 dalla Columbia Comics sulla scia del nazionalismo statunitense che combatte il nazismo, alla “Capitan America“. E’ inutile raccontare una storia morta di un personaggio morto tempo fa, prendiamo il tutto come una nuova testata di cui ho letto in lingua originale il primo numero, Skyman #1.

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Skyman non è un superpotere ma è come l’anello di lanterna verde un medium del potere. O meglio è un progetto atto a costruire in laboratorio un supereroe che possa sostituire un certo Capitan Midnight (che sento in dovere di recuperare) dopo la sua scomparsa, in una continuity di un universo che così a prima svista mi è poco chiaro. Eppure quando nasce un nuovo personaggio, un background è fondamentale. Skyman è un progetto governativo con l’obbiettivo di addestrare soldati all’uso di una tuta, una cintura e un mantello che conferiscono poteri in stile Superman all’umano che li veste.

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La trama vede lo Skyman contemporaneo uccidere in un scatto d’ira e ubriachezza, un uomo di colore, mosso anche da un movente razziale. Il governo per gestire la crisi d’immagine del progetto, ricerca un nuovo individuo esterno al programma che abbia come requisito fondamentale la pelle scura. La scelta ricade su un veterano tornato ferito gravemente dalla guerra in Afghanistan e rimasto sulla sedia a rotelle. Una volta rapito dal governo, in stile Al-Qaeda, e vestito della tuta e della cintura, l’inconsapevole Sergente Reid (così si chiama) recupera l’uso degli arti e acquisisce tutti i nuovi poteri; unica pecca di questa tecnologia, necessita di essere controllata anche dall’esterno. Da qui entra in scena un personaggio nuovo, il cattivo tenente appartenente al progetto Skyman. Addestrato nel tempo all’uso della tuta, geloso, usurpato del suo diritto ai superpoteri e presumibilmente razzista (che sembra dire “questo qui viene al nord e ci ruba il lavoro”) il soldato ha il compito di controllare dall’esterno la tuta e la cintura di Skyman. I due, evidentemente in conflitto, rimangono coinvolti in diversi alterchi e una rissa ma devono superare la cosa e collaborare (Questo passaggio nel fumetto è chiaro come un barolo del 1998). Durante un lancio da un aereo che vede protagonista Skyman, il tenente gioca con il nuovo supereroe spegnendo la sua tuta mentre in volo e riaccendendola all’ultimo, prima che si schianti. Skyman riesce a controllare i poteri e atterrare direttamente ad un comizio di Obama.

Primo volo

Come potrà sembrare, l’argomento è affrontato con velata ironia. Le origini di Skyman dal punto di vista della trama mi sono sembrate abbastanza banali e neppure l’aggiunta di temi scottanti come razzismo e disabilità, le hanno rese coinvolgenti se non un bel po’ fuori dal tempo. Per esempio l’idea dell’uomo di colore per ripulire l’immagine del progetto governativo segreto. In un’ipotetica realtà, il governo avrebbe dovuto rispondere pesantemente di una gruppo segreto di supereroi biondi e ariani sopratutto se fa capo a una amministrazione il cui presidente è Obama, il primo di colore della storia statunitense. Che siano paranoie mie, ma non basta rispondere con Sam Wilson alla fabbrica degli Steve Rogers (Falcon, di colore, e Capitan America, supereroi di punta della Marvel).

La storia è lineare a parte un passaggio di cui ho già parlato nella trama non particolarmente limpido ma che vi lascerò scoprire di persona. Insomma, Skyman non ha granché per stimolare la mia voglia di indagare più a fondo e continuare a leggerlo (cosa che probabilmente farò comunque). La critica deve comunque sottostare alla legge del primo numero. Essendo solo il pilot, sono state poste delle basi e da qui potrebbero anche arrivare grandi cose. Insomma, dare il là in fretta e furia per poi lavorare su qualcosa di già avviato, prerogativa del  fumetto serial.

Surprise

Niente di nuovo sul fronte qualità, trovo i disegni di Manuel Garcia abbastanza carini anche se le espressioni facciali, spesso costruite tramite ombre, sono una chimera. L’autore, Joshua Hale Fialkov è un award winner, ma non conosco Echoes, il fumetto che lo ha portato a vincere gli Harvey Award nel 2011 e nel 2012. Una storia che si legge velocissimo, poco verbosa con dialoghi semplici e scorrevoli.

Concludendo, è pressoché dimenticabile. Se dovesse rinsavirsi, lo scopriremo su queste pagine.

NO

Twitter: The Comic, @Vectorbelly e il fumetto che nasce dai Tweet

Twitter: The Comic
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Chi sia Mike Rosenthal @Vectorbelly non ne ho ancora la più pallida idea e l’obiettivo di questo articolo è proprio di scoprirlo. Al principio c’è Twitter, un social network che funziona, dove ogni argomento ha la sua espressione: dal cinema alla televisione, dallo sport alla musica. Il mio interesse sconfinato per la nona arte mi ha portato quindi a spulciarlo in lungo e in largo, alla ricerca del fumetto e dei suoi proseliti social. Il risultato è palese. Twitter è pieno di artisti, dai massimi professionisti del mestiere agli amatori, fino alla solita, classica via di mezzo, i cosiddetti fumettisti underground. E’ proprio lì che si crogiola il protagonista della nostra storia; Mike Rosenthal è la mente che si trova dietro a Twitter: The Comic, il profilo tumblr dove pubblica i suoi fumetti. La particolarità di questi fumetti o per quanto brutto possa sembrare dirlo, somigliano più a dei meme, è che nascono dai Tweet che @Vectorbelly trova navigando su Twitter.

Padre e Figlio

Tweet padre e figlio

Il limite è a 140 caratteri, i Tweet devono comprendere sia i dialoghi sia un cenno all’ambientazione o a un personaggio, qualcosa che l’autore possa immaginare. E da lì nasce la strip quasi sempre strutturata nelle classiche quattro vignette. Dal Tweet e dall’immaginazione dell’autore nascono delle microstorie spesso geniali. Ovviamente non tutti i tweet hanno carica umoristica, per questo Mike sceglie, citando direttamente alcune sue parole, i “migliori Tweet della nostra generazione”. I suoi stessi follower gli inviano piccole sceneggiature a 140 caratteri con la speranza vengano poi trasformate in quel modo tutto suo che in fondo è anche il nostro linguaggio preferito. Ma qual’è il format migliore che deve avere un Tweet? Leggendo gli esempi qua sotto si capisce quale sia la difficoltà intrinseca, il collegamento tra l’idea della microscenggiatura e la ricezione dell’idea stessa da parte dell’autore.

Obama

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Lui stesso ha risposto a questa domanda in un’intervista (AllGeektoMe). “Il Tweet deve potersi leggere come uno script: generalmente ci sono due o più personaggi che parlano tra loro e non a un pubblico esterno. La trama funziona bene anche quando è implicita, mi dà la possibilità di lavorarci sopra e anche di giocarci.”

“I Tweet possono riguardare qualsiasi cosa. Non è necessario che sia uno scherzo. I Tweet possono parlare di momenti personali, roba strana o sessuale, emozioni forti, alla fine è tutto un gioco. I Tweet che disegno sono apparentemente complicati, basati su satira e parodia riguardanti la realtà, c’è il rischio però che il risultato alla gente non piaccia.”

CharizardTweey Charizard

“Inoltre, è meglio non scrivere Tweet apposta per apparire sul blog Tumblr Twitter: The Comic o su @Vectorbelly. Alcune persone lo fanno, scrivono un Tweet apposta e me lo mandano dopo 5 minuti. Quei Tweet suonano sempre male perché si sente che quegli utenti stanno cercando di imitare uno stile che non è nella loro natura. Si percepisce la forzatura…”

Di tutti i suoi “meme” che ho letto, alcuni (pochi) non mi hanno fatto ridere ne pensare. Ho immaginato fossero basati su riferimenti che non conosco o che probabilmente non capisco. Potrebbe essere una mia mancanza o un limite dei 140 caratteri ai quali Mike si attiene fedelmente. Non rovinerà l’atmosfera qualche fumetto incompreso, la risata è spesso garantita.

La galleria che presento è composta da fumetti che mi hanno fatto molto ridere, in cui è evidente una bella carica di non-sense che è quello che serve la mattina per carburare dopo una sveglia nefasta o dopo un pranzo invadente. Quei momenti di cazzeggio puro e tempo libero in cui piuttosto che fare qualcosa di costruttivo, si preferisce vegetare leggendo o rileggendo una a una le vignette fino a quando non sopravviene il senso del dovere o il senso di colpa.

L'OrsoQuest’approccio a Twitter è qualcosa di innovativo e il mondo dei social media sembra essere un pozzo senza fondo di opportunità ancora incolte. Il linguaggio aumenta nuovamente la sua portata coinvolgendo un nuovo pubblico, i lettori di fumetti, invogliandolo a un uso sempre più attivo del mezzo. Essendo un fenomeno ancora micro, non si può che sperare nel suo sviluppo e in un fumetto che lasci impronte sempre più profonde nell’uso dei social network.

@Vectorbelly
Twitter: The Comic

Tre Orsetti

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Leo Ortolani incontra Diabolik: Ratolik

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Oggi mi tocca farla fuori dal vaso e parlare di uno dei miti del fumetto comico italiano mentre fa le “scarpe” ad un altro fumetto che di comico ha pochissimo o nulla se non un’intrinseca nuvoletta fantozziana d’anacronismo.

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Leo Ortolani, idolo delle folle, osannato per l’efferata comicità e sferzante genialità è il creatore di Rat-man, opera amata e venerata dal grande pubblico italiano.  Per completezza d’informazione e per creare un background sensato a questo articolo, Rat-man nasce come parodia di Batman. Quell’immaginario non dura granché, il fumetto raggiunge un’autonomia e originalità di trama lungi chilometri dall’immagine comicamente distorta del cavaliere oscuro, dando vita ad un vero e proprio personaggio di culto a sé stante. Dalle matite di Leo nascono storie intricate con personaggi sempre più delineati e densi a tal punto che l’ormai veterano del fumetto all’apice della sua carriera, prende la decisione (a mio parere malsana) di dare un taglio alla serie chiudendola con il numero 100 o qualcosa di più. Gli appassionati e i fan, si devono chiedere davvero cosa possa accadere dopo.

Con il Lucca Comics and Games di novembre Leo ha tirato fuori questa chicca che non aspettavo, scoperta direttamente alla fiera, dimostrandosi una sorpresa ben gradita che ci racconta come il buon vecchio “Deboroh” Rat-man “La Roccia” abbracci in un connubio d’amore le sorelle Giussani.

ratolik-2Tornando al principio, la storia editoriale del Ratto presenta una serie di parodie, una più bella dell’altra, che hanno reso celebre Leo: Titanic 2000 (Titanic), Avarat (Avatar), Star Rats (Star Wars), 299+1 (300), Ratto (Rambo), Il grande magazzi (misto tra Harry Potter e Twilight), Allen (Alien) e molte altre, più o meno, nascoste tra le pagine. Con Ratolik Ortolani raccoglie la sfida: recuperare il formato diabolik tascabile disegnato su pagine a due vignette e affrontare le difficoltà derivate dall’uso dei retini. Il risultato è perfetto e per chi conosce il tocco Diabolik, troverà la comicità Ortolaniana sempreverde correre sullo stesso binario dello stile classico.

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Rat-man è diabolik, Cinzia il transessuale platinato Eva Kant e Brakko l’ispettore Ginko

Un esempio che mi ha portato a questa valutazione è il baloon del pensiero, completamente inesistente in Rat-man, sovrautilizzato in Diabolik. Leo riprende magistralmente la candida ingenuità di quella seconda voce narrante che è il pensiero senza utilizzare alcun flashback di sorta e riportando alla luce il gusto e il sentore di una lettura semplice e mitica come Diabolik intarsiandola con la parodia e la comicità forse non più così fresca ma sicuramente efficace.

Non lo consiglierei a lettori in erba.